Lei non sa cosa si perde.


Qualche giorno fa ho incontrato un potenziale cliente che noi assicuratori siamo soliti definire profilo dominante. Uno di quelli che parla poco, ti scruta, ti guarda dritto negli occhi. Mani incrociate sulla scrivania, occhiali da vista a mezz’asta, completo rigorosamente classico, scrivania di un ordine quasi maniacale in un ufficio essenziale. Due quadri su due pareti opposte, un tappeto, due sedie in pelle scura. Tapparelle semi alzate, una cornice rivolta verso di se che ritrae un bambino biondo con gli occhi azzurri. Sorride e tiene in mano un pulcino piccolissimo.

Uno di quelli che parla poco ma che quando apre bocca lo fa con cognizione di causa. Poche domande ma pertinenti. Alcune risposte mai scontate. Considerazioni illuminanti. Uno di quelli che devi stare attenta a ciò che dici, a come lo dici e soprattutto al perché. Guai se si accorge che sei lì per vendere e non per fornire una consulenza dettagliata sulle sue reali esigenze di investimento.

Lui è preparato. Conosce il mercato. Si informa. Lui non subisce, lui è consapevole in ogni suo pensiero e in ogni sua azione.
Ogni decisione è il frutto di un aggiornamento costante su possibilità ed alternative. E sulle possibili alternative delle alternative delle possibilità.

Ha un reddito medio/alto. Sorride molto poco e ti fa capire che non si fida. Non ti concederà mai la data per un secondo appuntamento e prima che tu faccia in tempo a chiederglielo lui concluderà con “la chiamo io se mi interessa”.

Quando si parla di denaro le persone sono sempre serie, io in primis. Sono una venditrice da tempi ormai lontani ma mai mi sognerei di consigliare qualcosa che un cliente non possa permettersi o dalla quale non possa ottenere anche un piccolo ma utile ricavo. Siamo diversi io e lui. Non per il suo ordine maniacale e per il mio costante disordine; non per i suoi cinquant’anni e i miei trenta; non per il reddito nè tantomeno per il pulcino. L’unica cosa che ci ha resi diversi è stato il sorriso a conferma di una relazione, senz’altro occasionale e precaria, ma pur sempre una relazione tra esseri umani.

Spesso mi capita di uscire da un appuntamento con un pugno di mosche per quel che riguarda la vendita ma con un bagaglio di aneddoti divertenti e speciali. A volte mi è capitato di aver aiutato qualcuno con un consiglio o con una buona parola. Mi è anche successo di uscire in lacrime da un appuntamento talmente ridevo come quella volta che il cane di un avvocato l’ha fatta proprio lì, accanto a me. Essere venditori è fungere anche un po’ da psicologi. È incoraggiare, consigliare, è creare valore.

L’altro giorno non ci sono riuscita. E me ne è dispiaciuto.

Fermezza, serietà, preparazione. Si. Sono doti fondamentali, uniche e importanti ma la bellezza di un sorriso spontaneo e di una relazione fatta di reciproca umanità, credo lo siano molto di più.

Dottore, Lei non sa cosa si perde.

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Siccome immobile.


Immobilismo. Mortal sospiri. Ardue sentenze ai posteri.
Quanta attualità.
Manzoni e Napoleone si rivolterebbero nella tomba esortandoci all’azione, ai vital sospiri, al diritto di decidere noi qui e adesso delle nostre esistenze.
E son certa ci svelerebbero che il fato non esiste, che il destino è un mezzuccio inventato da vili e menzogneri a giustificazione di pasticci biblici.
Non basta credere. Bisogna sapere in cosa credere.
Non basta borbottare come macchine del caffè impazzite e schizzare su ogni piastrella il nostro malcontento.
Non basta. Ciò che facevamo fino a qualche tempo fa, non basta più. Dobbiamo dare/fare/dire/volere di più. Da noi stessi in primis. E non credo ci riusciremo lamentandoci che niente va come dovrebbe, che questo paese è allo sbando, che tutto è uno schifo lurido. Perché non è vero. Non lo è. Godiamo di bellezze infinite ogni singolo istante della nostra vita ma il nostro sguardo è perennemente poggiato sulle negatività, sulle possibilità sfumate, sui sogni svaniti, su tutto ciò che non possediamo.
Abbiamo infinite potenzialità e risorse. Abbiamo noi stessi.
Le innumerevoli ed ingiuste difficoltà devono ricordarci che nessun cambiamento è possibile senza una piccola rivoluzione personale.
Iniziamo da noi perché questo paese siamo noi.

Bella Immortal! Benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati.

Pensieri sparsi.


Se avessi la bacchetta magica vivrei in una grande casa di campagna alle porte della città. Lo stile rustico e l’animo vintage comporrebbero una melodia soltanto mia; i ricordi dei viaggi in fila indiana sopra il caminetto parlerebbero di me; film, cd musicali, fotografie e un’immagine evocativa di uno splendido fiore di loto, renderebbero il quadro davvero perfetto.

Probabilmente se avessi la bacchetta magica farei lo stesso lavoro che faccio adesso o comunque sarei un’incallita venditrice ma credo che mi dedicherei molto di più al mio più grande e sofferto amore, la radio.

Credo che rientrando a casa, ad aspettarmi, oltre alle pianticelle nell’orto e ad un Setter Inglese, ci sarebbe un uomo meraviglioso. Si, se avessi la bacchetta magica credo proprio che lo creerei io, con le mie manine pazienti.

Se avessi la bacchetta magica dipingerei la mia vita con la medesima consapevolezza di ora; commetterei gli stessi errori; piangerei e riderei come sono capace di fare adesso e soprattutto mi circonderei delle stesse persone accanto e nel cuore.

Ripensandoci, non credo che mi serva poi tanto la bacchetta. Siamo soltanto noi gli artefici indiscussi della nostra felicità.

Bidibibodibibu.

Eco.


Uno specchio limpido che riflette la propria immagine mentre la vita scorre in una incessante concatenazione di eventi ed esperienze.
Potranno arrivare venti gelidi, parole stagnanti, gesti scontati e sguardi persi, ma quell’immagine così viva e pulita rimarrà tale se gli attimi impiegati a lucidarla non andranno sprecati.
Migliorarsi richiede uno sforzo immenso.
Restare tali, invece, è il percorso più breve che esista.
Nessun giudizio, ognuno lucida e lustra la propria immagine a suo gusto e piacimento ma non si azzardi mai a biasimare chi, con immensa volontà e consapevolezza, prova oggi ad essere migliore di ieri.
Leggerezza, si, con la medesima eleganza di una farfalla che si posa su un fiore. Non leggerezza di intenti.
Semplicità, si, come una tazzina di caffè o come un filo di trucco. Non superficialità.
Istinto e passione e creatività e ancora forza d’animo. Non gesta seriali di attimi sputtanati.
L’eco, risponderà. Risponde sempre, ciò che riceve da noi.

Mentre aspetto.


Mentre aspetto il cliente in uno studio legale ben arredato, la mia attenzione viene catturata da un quadro enorme, grande quasi quanto tutta la parete. Lo osservo inizialmente perplessa e faccio quasi finta che non sia difronte a me. Decido quindi di sfogliare una rivista, fare una telefonata, leggere l’agenda e controllare gli appuntamenti di domani ma qualcosa mi chiama e pretende la mia attenzione. Si.
Perché quando fai finta che qualcosa non esiste significa che esiste già e che desidera che tu te ne accorga.
Chiudo l’agenda, ripongo il cellulare nell’apposita custodia e mi decido a decifrare quella serie di colori, grovigli, nuvole e volti di donna ammassati insieme che, evidentemente, vogliono dirmi qualcosa.
“Dottoressa, l’avvocato tarda ancora una decina di minuti. Si scusa ma purtroppo l’udienza con alcuni clienti sta durando più del previsto. Posso offrirle un caffè?”
“No, grazie. L’ho già preso. Non si preoccupi, aspetto qui.”
Io che non credo mai al caso e che sono convinta che tutto ma proprio tutto ciò che ci accade sia lo specchio di noi stessi, mi dico che quel ritardo vuole che io faccia amicizia con quel quadro. Mi avvicino ed inizio a scrutarne i particolari.
Colori vivaci e cupi si alternano in una danza di gradazioni incredibili; diversi volti di donna spuntano da vortici come fossero uragani; paesaggi estivi ed autunnali si sovrappongono l’uno con l’altro; il sole è anche luna.
Improvvisamente mi appare tutto molto chiaro. Gli opposti mi hanno sempre affascinata, rapita, incuriosita. A volte, ingannata, come l’immenso e il suo contrario.
Spesso dimentichiamo chi siamo. Altre volte lo sappiamo fin troppo bene.
Davanti a questo quadro sento di sapere perfettamente chi sono, nel bene e nel male. Ogni sfumatura parla di me, dei miei passi falsi e di quelli veri; dei pensieri volti a creare valore e di quelli invece autodistruttivi; della ragione e dell’istinto; di tutto ciò che vorrei fare per dimenticare chi sono e dove sto andando e di tutto ciò che non faccio perché so chi sono e dove voglio andare.
“Dottoressa prego si accomodi, l’avvocato ha finito.”
“Proprio adesso che avevo iniziato a fare amicizia”, penso tra me e me. Sbuffo e mi incammino pensando che quel quadro è lo specchio di chiunque non si limiti a guardarlo.

Poche, pene.


È molto più facile imbattersi nell’uomo sbagliato che nell’uomo giusto. O meglio, è molto più facile sbattersi, combattersi, affliggersi per l’uomo sbagliato che per quello giusto. Almeno fino a quando una luce divina di consapevolezza, istinto di sopravvivenza misto a dignità e barlumi di saggezza non arriva in soccorso con tutta la sua carica di “tesoro, sei ancora in tempo per salvarti”. È ovvio, forse più che ovvio che la carica salvatrice, però, non arrivi prima di infinite notti insonni, lacrime amare, domande sbagliate (anche perché se ci si ponesse quelle giuste si metterebbe presto fine al calvario), supposizioni cosmiche, unghie mangiucchiate e pellicine sanguinanti, amicizie perdute, consigli non ascoltati, canzoni strappalacrime – con conseguente perdita del controllo, dell’autostima, della pazienza e giù di li. Tutto estremamente normale, tutto come da copione. Un copione del cazzo, si. Un copione spesso e volentieri già scritto in atteggiamenti, comportamenti e parole che sistematicamente facciamo finta di non vedere e di non sentire o reinterpretiamo a nostro gusto e piacimento. Siamo dei geni nel dare un senso giustificatorio al, anche se non pronunciato palesemente, “non ti amo più”. Crisi di lavoro, crisi personale, crisi dei trenta-dei quaranta-dei cinquanta, crisi per la perdita del se, crisi per la crisi dell’io, crisi per aver iniziato una storia troppo presto, crisi per aver iniziato una storia troppo tardi, crisi economica, crisi finanziaria sono le scuse che raccontiamo a noi stessi per non vedere l’unica vera crisi in atto: crisi dell’amore. Attenzione, voglio essere ancora più precisa: crisi dell’amore verso chi viene lasciato e non crisi dell’amore in generale (sarebbe meravigliosa come giustificazione, pensateci!). Badate bene, chi lascia è ancora in grado di amare e amerà ancora molto prima di quanto immaginiate e forse, nella peggiore e più realistica delle ipotesi, lo sta già facendo. “Non troverà mai più nessuna come me” è la frase chiave attizzata da una piccola dose di autostima ancora rimasta nei barlumi di consapevolezza ma la dura realtà vuole che io vi sveli un segreto: se vi ha lasciate se lo augura anche lui.  Nonostante un inferno di certezze buttate nel cesso, una giostra di stati d’animo sulle montagne russe e nonostante una quotidianità da affrontare da sole e fasi alterne di “non ce la farò mai – si invece ce la faccio – mi chiudo in casa – vado a ballare – voglio diventare grassa anzi no vado in palestra – affonderò il cucchiaino nella nutella ma credo sia meglio fare zumba – guarderò un film e domani mi iscriverò ad un corso di arte della maiolica giapponese – non voglio più nessuno però quello li che mi faceva il filo magari lo chiamo”, nonostante questo, siete ancora vive e molto probabilmente più vive che mai. Vi aspetta la più bella e interessante partita della vostra vita: ricominciare da voi stesse per voi stesse. Come? Comprendendovi, amandovi, rispettandovi e considerandovi la vostra priorità e non perdendo assolutamente l’occasione per crescere ed imparare dai vostri errori. Lui sarà pure uno stronzo, menefreghista, parassita, bugiardo ma voi lo avete scelto quindi la responsabilità è anche vostra. Non potete cambiarlo, puntate piuttosto a migliorare voi stesse e ad essere le artefici e protagoniste indiscusse della vostra felicità.

Dissetarsi.


Le cose raramente sono quello che sembrano, e forse non lo sono mai. Ciò che sperimentiamo con i nostri sensi, la ferrea natura della realtà, così come la conosciamo, spesso si rivela ben diversa. Celato sotto la superficie del quotidiano, c’è un mondo che facciamo fatica a riconoscere. Il suo nome è mondo interiore: una fitta rete di percorsi dimenticati, ricordi sbiaditi, eredità acquisite, condizionamenti latenti e verità nascoste. “Conosci te stesso e non potrai mai avere paura” affermava qualcuno e quel qualcuno aveva indubbiamente ragione. Una forte dose di consapevolezza è necessaria ad un simile processo. Non basta sapere di essere permalosi, egocentrici, timidi, ottimisti, creativi, simpatici, autoritari, giudiziosi, altruisti e via dicendo. La consapevolezza di se è tutta un’altra storia. È sottile, profonda e soprattutto celata dietro ottime e grandiose giustificazioni. I nostri pensieri, le nostre scelte, le nostre esperienze non sono mai il frutto del caso. Il destino o fato per citare un termine che tanto mi affascina, è effimero. Ogni cosa accade per una ragione. Quella ragione è il frutto di un pensiero che ha generato un’azione. Quell’azione determina una causa che porterà ad un effetto. Non è questione di essere psicoanalisti o marzulliani. In realtà è molto più semplice di quanto si creda. In realtà il processo appena citato non è altro che il ciclo della vita. Huston, abbiamo un problema! Per diventare consapevoli, infatti, abbiamo bisogno di ciò che mancava al Signor Leone de “il mago di Oz”, abbiamo bisogno di coraggio. Il coraggio di porci alcune domande. Il coraggio di chiederci sempre il perchè. Il coraggio di camminare all’indietro, come i gamberi, ripercorrendo episodi di vita che ci raccontiamo aver dimenticato. Molto spesso, infatti, è proprio il passato che influenza il nostro futuro. L’ambiente circostante e le persone con le quali stringiamo relazioni non sono altro che lo specchio di noi stessi. Facciamoci caso. Quante volte, anche con soggetti diversi, si ripresenta la stessa situazione? Il medesimo problema? La risposta è scontata, spesso. Non si tratta di sfortuna e non raccontiamoci la balla che il mondo è cattivo. La responsabilità è nostra. O meglio, è soprattutto nostra. In ogni istante l’ambiente in cui ci troviamo è un riflesso del nostro stato vitale.  Se siamo in uno stato mentale cupo e aggressivo, le relazioni di chi ci sta attorno e le situazioni che ne scaturiscomo rifletteranno il nostro umore cupo e aggressivo. Se invece il nostro stato vitale è alto e il nostro modo di rapportarci è costruttivo e di valore, allora queste qualità positive avranno una profonda influenza su tutti coloro che incontriamo e sul modo in cui si evolvono le situazioni intorno a noi. Il fulcro è capire da dove nasce quella sorgente che spesso ci porta ad avere i medesimi atteggiamenti, comportamenti e quindi risultati. Una volta scoperta, la strada è in discesa. Tornerò presto sull’argomento che mi sta particolarmente a cuore.

Non è impossibile trovare la sorgente, io da un po’ di tempo a questa parte mi ci disseto spesso. 

Si ri-parte


Tempo fa avevo un blog su La Stampa. Era diventato un semplice ed affascinante rituale entrare in ufficio, accendere il pc e dare vita a considerazioni, idee, spunti di riflessione, dettagli. Quei dettagli che spesso si pensano ma poi restano imprigionati in un angolino della coscienza a meno che non si decida di tatuarli da qualche parte come a dire “non vi dimentico”. Ecco, questa cosa qui l’ho accusata da quando non ho più un blog; ho anche provato ad appuntare alcune emozioni sulle note del cellulare o a creare file audio. Qualche straccio di dettaglio di pensieri è rimasto impresso su qualche foglio di carta grazie ad una penna biro sempre a portata di mano perché il fascino dell’inchiostro e dello scarabocchio non verrà mai sostituito. Come il fascino di una foto ingiallita dal tempo o di una lettera scritta  con il cuore e mai spedita. Il blog, però, mi piace. Anche lui ha un fascino tutto suo benché così diverso da un quadernone a quadretti disordinato e pieno di orecchie.

Da qui ricomincia il mio cammino per tatuare dettagli. Dieci anni dopo ho deciso di concedermi un piccolo angolo di cyberspazio per dar forma ad una delle tante passioni che abitano la mia mente: la scrittura. 

Se non vi piace ciò che scrivo, non leggetemi.

Se volete criticare, fatelo, ma in modo costruttivo.

Fatti e persone non saranno assolutamente casuali. Buon viaggio.

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